O.Wilde, Preface to 'The Picture of Dorian Gray'

The artist is the creator of beautiful things. (...)
Those who find ugly meanings in beautiful things are corrupt without being charming. This is a fault.
Those who find beautiful meanings in beautiful things are the cultivated. For these there is hope.
They are the elect to whom beautiful things mean only Beauty.
There is no such thing as a moral or an immoral book. Books are well written, or badly written. That is all. (...)

No artist is ever morbid. The artist can express everything. (...)
All art is at once surface and symbol. Those who go beneath the surface do so at their peril.
Those who read the symbol do so at their peril.
It is the spectator, and not life, that art really mirrors.
Diversity of opinion about a work of art shows that the work is new, complex, and vital.
When critics disagree the artist is in accord with himself...


O. Wilde (1854-1900),
Preface to 'The Picture of Dorian Gray'


Sunday, July 24, 2011

Padre Luigi Maria Monti, Bovisio M.go, I

Padre Luigi Maria Monti






I suoi anni a Bovisio

by  A.V.M

1.

Padre Luigi Maria Monti  venne alla luce in una piccola e modesta casa (1) di Bovisio  il 24 luglio 1825.  Era una calda domenica estiva e, come era consuetudine allora, in quello stesso giorno il piccolo fu portato prima del tramonto nella chiesa di San Pancrazio dove ricevette il battesimo dal viceparroco don Giuseppe Sassi (2).  La sua era già una famiglia numerosa essendo egli l’ottavo figlio di Angelo e Maria Teresa Monti, una coppia di umili contadini dotata di una profonda fede religiosa.
Quando Angelo e Maria Teresa si sposarono nella parrocchia di Bovisio il 10 febbraio 1811 erano molto giovani (3) e, malgrado poveri, colmi di grandi speranze per il futuro.  Allietati ben presto dalla nascita della loro primogenita, Maria Giuseppa, altrettanto presto conobbero, in mezzo alle numerose difficoltà della faticosa vita quotidiana, la sofferenza (4).  Alla nascita di Luigi in famiglia c’erano, infatti, tre sorelle di tredici, undici e sette anni, ed un fratello, Giuseppe Antonio, nato nel 1821. Ma la famiglia era stata già provata duramente da tre gravi lutti: la morte prematura dapprima della loro terzogenita Rosa Maria, nel 1816,  e poi la duplice perdita delle gemelle Maria Carolina e Savina Colomba decedute, a breve distanza l’una dall’altra, nel 1823.
Malgrado queste difficili prove, i dispiaceri e i numerosi problemi giornalieri, Angelo e Maria seppero crescere i propri figli in un clima sereno, permeato d’amore per Dio e per il prossimo.  In particolare il loro esempio di bravi genitori fu fondamentale in famiglia: ogni loro parola seppe sempre essere puntualmente e concretamente sostenuta dalla testimonianza della loro vita.  Inoltre, come parecchie famiglie del tempo (5)  essi erano dei cristiani molto impegnati. Angelo era membro della ormai consolidata confraternita del Sacrissimo Sacramento (6) e ricopriva anche il ruolo di capo coro della parrocchia. Per questo suo incarico egli spesso adunava nella sua casa i confratelli coristi per provare i canti relativi alle varie solennità dell’anno liturgico. Questi incontri influenzarono molto il piccolo Luigi che, ammirato, vide presto nel padre un modello da imitare. Maria Teresa era invece iscritta alla più giovane confraternita della Concezione della Beata Vergine Maria, fondata nel 1771,  che aveva lo scopo di promuovere il culto dell’Immacolata, molto sentito dalla popolazione di Bovisio. E’ probabile che anche Luigi, influenzato dal buon esempio della madre, abbia fatto parte più tardi di questa associazione (7).  La devozione a Maria, che aveva trovato un nuovo impulso grazie alla predicazione entusiasta di grandi santi come San Luigi Maria Grignon de Monfort e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (8),  in quegli anni era concepita come un modo di salvare il mondo, una forma di missionarietà e di carità. Ciò è testimoniato anche dalla conseguente nascita di numerosi ordini religiosi dedicati alla Madonna (9).
In questo fervido clima, Luigi crebbe sull’esempio dei suoi genitori e della sua comunità. Crebbe tra il cortile di casa,  dove gli fu impartita un’educazione semplice, casalinga, di dirittura morale e religiosa, e  la parrocchia, seguendone le abitudini e le tradizioni spirituali consolidate (10).  Proprio tali devozioni popolari venivano rinnovate in quegli anni dal cardinale Carlo Gaetano Gaisruck (11), arcivescovo di Milano, con lo scopo di contrastare l’eccessiva teatralità  legata alla Chiesa e ai riti religiosi. Il  cardinale Gaisruck, pur essendo austriaco, ebbe una grande importanza nella diocesi milanese. Poiché il suo ideale era quello di evangelizzare, egli cercò di spingere i suoi preti sui sentieri dell’apostolato e della missione. Durante il suo mandato si fece promotore dei programmi di studio delle scuole di Stato e delle facoltà teologiche austriache. Il risultato fu un clero colto, fedele alle proprie tradizioni spirituali ma aperto alle scienze profane, capace di dialogare e consigliare i parrocchiani, non solo in campo spirituale, ma anche in quello delle loro diverse attività quotidiane. Un clero in grado, dunque, di stare al fianco dei propri fedeli.  Erano proprio così, per la maggior parte, i preti di allora ed era così anche don Carlo Ciceri (12), il parroco di Bovisio al tempo della nascita e della gioventù di Luigi.


1. La casa in cui nacque Luigi era situata in quella che si potrebbe definire la periferia di allora, nella contrada che al tempo era denominata di San Cristoforo e che oggigiorno corrisponde alla centralissima via Marconi. Era una casa colonica molto piccola e semplice formata da soli due locali, uno al piano terreno e l’altro al primo piano,  che si affacciavano da una parte sulla strada che portava a Desio e dall’altra sull’ampio cortile. Per un miglior utilizzo da parte della famiglia, entrambi i locali furono successivamente divisi a metà così da ricavare due stanze per piano.  Al piano terreno erano situate la cucina, che dava sul cortile, ed un soggiorno con l’officina da ebanista, che si affacciavano sulla strada. Le due stanze del piano superiore erano invece adibite a camere da letto.

2.  Al fonte battesimale i genitori decisero di aggiungere al nome Luigi anche quello di Gaetano, in onore del padrino.
 Arch. Par. Bov.,  reg. nati e battezzati 1816-1827, tavola 78, n. 35: Luigi Gaetano, nato il 24 luglio 1825, alle tre pomeridiane, battezzato lo stesso giorno, prima di sera. Il suo padrino fu Ronchi Gaetano e venne battezzato da don Giuseppe Sassi, vice parroco di Bovisio dal 1823 al 1834.

3.  Angelo Pancrazio Monti aveva 20 anni quando sposò la diciottenne Maria Teresa Monti.  (A. Par. Bov. Reg. 10, n. 60)

4.  Angelo e Maria Teresa ebbero undici figli, tre dei quali morirono in tenerissima età:
                Maria Giuseppa, nata il 16 agosto 1812;
                Angiola Innocente, nata il 13 agosto 1813;
                Rosa Maria, nata il 22 agosto 1816, deceduta ad un solo mese di vita;
                Angiola, nata il 18 novembre 1818;
                Giuseppe Antonio, nato il 31 marzo 1821;
                Maria Carolina, nata il 9 aprile 1823 e deceduta dopo solo due giorni;
                Savina Colomba, nata il 9 aprile 1823 e deceduta a soli tre mesi di vita;
                Luigi Gaetano, nato il 24 luglio 1825;
                Antonio Severo, nato il 9 luglio 1827;
                Maria Luigia, nata il  28 marzo 1830;
                Giuseppe Sem, nato il 20 giugno 1834 e morto soldato in Ungheria nel 1859.

5. Indubbiamente in quel primo Ottocento la fede scandiva la vita della maggioranza degli abitanti di grandi o piccoli paesi come Bovisio: era un tempo in cui i ragazzi imparavano a pregare in casa con i genitori, in cui in ogni casa c’era l’angolo del crocefisso, il quadro della Madonna ed il momento del rosario.  Ed anche la chiesa era ritenuta la vera casa di tutti: uomini e donne si sentivano e vivevano da protagonisti collaborando col proprio parroco che per loro aveva il grande compito di rendere presente il Signore. A quel tempo, inoltre, esistevano numerose confraternite che rivestivano rilevante importanza religiosa e sociale in quanto erano profondamente radicate nel tessuto parrocchiale e, di conseguenza, nella vita familiare. San Carlo le aveva volute in ogni parrocchia con il preciso scopo di far conoscere meglio e praticare l’insegnamento del Vangelo.  Non solo costituivano delle occasioni di educare e di educarsi alla bontà ed alla carità ma il loro intento era anche quello di invitare la comunità a prendere esempio dalla Sacra Famiglia.

6. Essendo stata fondata nel 1723, tale confraternita aveva a quel tempo già più di cento anni.

7. E. Perniola, ‘Luigi Monti, fondatore dei Figli dell’Immacolata Concezione’, Ed. Padre Monti, Saronno, 1983,  pag. 26.

8.   Sant’Alfonso Maria de’ Liguori  (1696-1787), missionario e scrittore popolarissimo, espresse la sua devozione alla Madonna in un celebre libretto intitolato ‘Le Glorie di Maria’ e fu l’autore della canzoncina natalizia ‘Tu scendi dalle Stelle’. Canonizzato nel 1832, fu dichiarato Dottore della Chiesa nel 1871 e patrono dei confessori e moralisti nel 1950.
     San Luigi Maria Grignon de Monfort  (1673-1716), missionario, scrisse l’importante  saggio intitolato ‘Trattato della Vera Devozione a Maria’.  Il manoscritto rimase però nascosto per circa 130 anni e fu ritrovato solo nel 1842. Pubblicato l’anno seguente, divenne subito famoso e fu tradotto in numerose lingue. Ai giorni nostri l’opera è stata riconsiderata da Papa Giovanni Paolo  II  nella sua  lettera  enciclica ‘Redemptoris Mater’ in cui presenta il santo come «testimone e maestro» della spiritualità mariana che conduce a Gesù Cristo e al suo Vangelo.

9. ‘Quando Luigi penserà ad un Istituto religioso sotto la protezione e l’esempio di Maria, non si sentirà solo, ma piuttosto in profonda sintonia con la Chiesa del suo tempo’.  (Ennio Apeciti: ‘Luigi Maria Monti Beato’ , Editrice Monti, Saronno, 2003, pag. 24).

10. La  Messa festiva seguita dalla dottrina cristiana del pomeriggio, dai vesperi e dalla benedizione; la devozione eucaristica; la comunione frequente; la cura della Quaresima; la devozione alla Vergine Maria,  a san Giuseppe e al Sacro Cuore che andavano sempre più crescendo nell’Ottocento.

11. Carlo Gaetano Gaisruck divenne arcivescovo di Milano nel 1818. Austriaco ed illuminato, tentò di riportare la Chiesa sui binari della vera pietà popolare attraverso la catechesi. Il suo richiamo ricorrente a preti e genitori era il catechismo e a tal fine rinnovò profondamente le strutture e la metodologia educativa del Seminario: concentrò gli alunni in tre grandi sedi: San Pietro di Seveso per i ginnasiali, Monza per i liceali e Milano per i teologici.
E’ doveroso ricordare che a quel tempo la Chiesa era divisa tra coloro che erano fedeli alla devozione popolare e i rigoristi clericali (i quali risentivano molto della rigidezza giansenistica causata dalla Rivoluzione).

12.  Don Carlo Ciceri fu parroco di Bovisio per ben 35 anni: dal 1812 al  1848.

Padre Luigi Maria Monti, Bovisio M.go, 2

I suoi anni a Bovisio


2.

Il 1830 fu una data molto importante nella vita di Luigi: a marzo nacque la sorella Maria Luigia e, subito dopo,  quando non aveva ancora compiuto cinque anni,  fu cresimato dal cardinale Gaisruck nel Duomo di Milano dove si recò a piedi con altri compaesani accompagnato dalla profonda fede dei suoi genitori (13).  Non si è potuti risalire invece a quando Luigi cominciò a fare la comunione. Questo anche perché a quel tempo non c’erano le grandi esteriorità di oggigiorno: l’evento, che indubbiamente rappresentava un giorno importante per la famiglia, era in effetti vissuto in modo molto intimistico.  Sicuramente Luigi ricevette il Sacramento della S. Comunione molto presto nella sua vita:  ciò lo si può dedurre dall’esempio dei suoi genitori e dalla precocità della sua Cresima (14).
Circondato da tanta fede convinta e sorretto da una forte unità familiare, Luigi acquisì un grande senso di responsabilità personale e di fedeltà verso i propri doveri (15).  Come tutti i ragazzi del regno Lombardo-Veneto frequentò la scuola elementare presso il parroco. Nella sua opera di riforma sociale e culturale il governo austriaco aveva infatti stabilito che in ogni parrocchia fosse istituita una scuola elementare minore, gestita dal curato, per poter dare ai ragazzi di qualsiasi condizione sociale un minimo di istruzione necessaria per affrontare la vita (16). Le scuole elementari maggiori erano invece a carico del governo e si trovavano solo nei capoluoghi di provincia.
Così Luigi imparò a leggere e a scrivere, a far di conto, a  riflettere e a pregare sotto la vigile guida di don Carlo.  Ma soprattutto imparò che l’intelligenza era un dono che permetteva di avvicinarsi a Dio, un dono che doveva essere coltivato e messo a disposizione del prossimo.  E il ragazzo, di carattere socievole e vivace, non tardò a mettere in pratica questi insegnamenti. Grazie  alla sua forza intraprendente e trascinatrice, nel suo piccolo mondo fu sempre il primo ad organizzare e promuovere momenti di divertimento e di incontro tra i suoi amici e coetanei.
Ma in questo contesto sereno, alimentato anche dalle nozze della sorella Maria Giuseppa nel 1832 e dalla nascita di un altro fratellino nel 1834 (17), si stava preparando un’altra tragica esperienza di dolore per la famiglia.


13. Secondo l’abitudine del tempo, il vescovo cresimava solitamente  tutti i candidati durante la visita pastorale. Se questa però non avveniva, egli convocava in Duomo per la Pentecoste i ragazzi e le ragazze, accompagnati dai loro parroci, padrini e madrine.

14. Il catechismo di allora insegnava che i ragazzini potevano ricevere il sacramento all’Altare solo quando erano giunti all’età di ben intendere ciò che andavano a ricevere.

15.  E. Apeciti, op. cit., pag. 31

16. A quel tempo le scuole di Bovisio non andavano oltre la terza elementare. (E. Perniola, op. cit.,  pag. 27).

17.  Il 26 gennaio 1832 Maria Giuseppa sposò  Riva Natale, di Varedo. Giuseppe Sem nacque il 20 giugno 1834.



Padre Luigi Maria Monti, Bovisio M.go, 3

I suoi anni a Bovisio


3.


Luigi aveva da poco compiuto dodici anni quando, il 18 settembre 1837,  morì il padre.  Come molti altri poveri contadini del tempo Angelo morì di pellagra, una malattia dovuta alla scarsa nutrizione e basata quasi esclusivamente sulla polenta di granoturco. Il giovane si trovò pertanto sulla soglia dell’adolescenza con cinque fratelli e sorelle ancora in casa, i più piccoli dei quali, Maria Luigia e Giuseppe Sem, avevano appena sette e tre anni.  Era venuto il momento di lavorare o almeno di mantenersi per non aggravare ulteriormente la situazione familiare. Come accadeva spesso ai poveri di allora, Luigi fu ‘messo a bottega’ e mandato a fare l’apprendista presso il laboratorio di un falegname di Cesano Maderno. Diventare garzone significava allora prendere come stipendio il cibo quotidiano e sperare in qualche mancia preziosa. In questa nuova realtà Luigi imparò che non bisognava arrendersi davanti a quelle che erano sicuramente delle dure prove per un ragazzino della sua età, ma che bisognava aver fiducia e fede in qualcosa di più grande.
Forte del fatto che anche Gesù aveva esercitato il suo stesso mestiere recandosi quotidianamente nella piccola bottega di Nazareth, Luigi risoluto percorreva a piedi ogni giorno i venti minuti di strada che separavano casa sua dalla falegnameria. Tornava  a casa ogni sera stanco ma, per aiutare la famiglia,  non smetteva di lavorare. Avendo adibito a laboratorio artigiano un piccolo locale al pian terreno della sua abitazione egli iniziò presto, infatti,  a fare dei lavoretti per conto proprio. E lì, in quello stretto locale, gli amici incominciarono a venirlo a trovare di sera. Quelle serate, all’inizio momenti di pura e lieta conversazione, si trasformarono ben presto in occasioni di canti, di preghiere e di meditazione.
Pur svolgendo le sue mansioni quotidiane con grande amore  e tenacia, Luigi gradatamente si rese conto che spesso il suo pensiero era rivolto altrove.  Qualcosa stava maturando in lui.  Il nuovo lavoro, in particolare,  gli aveva dato la possibilità di conoscere tanti altri giovani e di scoprire che molti fra essi erano praticamente abbandonati a se stessi, disorientati nel cammino della vita (18) e completamente privi di ideali e del bene supremo: non conoscevano Dio!  E Luigi capì che non poteva rimanere indifferente davanti ad una tale situazione: sentiva crescere in sé il  bisogno sempre più forte di fare qualcosa per quella gioventù così smarrita.  Cominciò ad allargare il giro delle proprie conoscenze, avvicinando a sé nuovi amici col pretesto di gite o di insegnare loro canti e giochi nuovi. Spesso li invitava a casa e talvolta li accompagnava in chiesa per una preghiera comune tenendoli così lontani da amicizie pericolose. Col trascorrere del tempo finì col persuadersi che non era nato per esercitare la professione del falegname ma che Dio lo stava chiamando a dedicarsi ad un compito ben più importante.  
Il parroco di Bovisio, che già da tempo aveva compreso le doti singolari del ragazzo, lo sostenne nella maturazione di questo suo primitivo apostolato con consigli ed incoraggiamenti.  Anche mamma Teresa era meravigliata ed intuiva la scelta interiore che si stava sviluppando nel figlio ormai adolescente.
In questo periodo due grandi incontri contribuirono a dare una svolta decisiva alla vita di Luigi. Il primo di essi avvenne all’inizio del 1842 in occasione delle Missioni popolari che in quell’anno erano tenute a Varedo dai Padri Oblati Missionari di Rho. Dopo il lavoro Luigi era solito recarsi di gran fretta nel paese vicino ad assistere alle profonde meditazioni spirituali di questi religiosi, affascinato dai loro modi accattivanti e dalla loro scelta di vita. Una di quelle sere, mentre assisteva estatico alla predicazione di padre Angelo Taglioretti (19), un giovane oblato, fu particolarmente colpito da una sua frase molto incisiva: ’Al gagliardo puledro, una buona briglia, ed è salvo dal precipitare; ed a voi, o giovani, che avete il sangue che vi bolle nelle vene, una buona briglia, e sarete salvi’ (20). Nell’immagine di quel puledro Luigi riconobbe se stesso e ne fu molto impressionato.
Qualche settimana dopo decise, per placare il suo turbamento, di recarsi al santuario della Madonna Addolorata di Rho alla ricerca di quel giovane predicatore missionario convinto che ‘gli avrebbe saputo indicare un metodo sicuro per farsi santo’ (21).  Così il 27 febbraio 1842, accompagnato da quattro amici, partì da Bovisio a piedi e,  dopo qualche ora di cammino, giunse a Rho dove, malgrado il gran numero di fedeli, si poté confessare e comunicare. Padre Taglioretti capì subito l’animo e le aspirazioni di Luigi: lo consigliò saggiamente e lo incoraggiò a proseguire sulla via che si stava accingendo a percorrere. Lo incitò inoltre ad aumentare ulteriormente il numero dei suoi compagni e seguaci. Fu un giorno memorabile nella vita di Luigi: la confessione, le parole di padre Taglioretti,  la comunione sotto lo sguardo della Vergine Addolorata costituirono per il giovane dei momenti di indescrivibile esperienza mistica  e di profonda gioia.  E fu proprio in quel giorno che egli decise il suo avvenire: voleva essere un apostolo e dedicarsi al servizio dei fratelli più poveri e bisognosi.  Ritornò a Bovisio con passo deciso, animo sicuro e completamente trasfigurato. 
Da quel giorno cominciò per lui una vita nuova:  a soli sedici anni e mezzo Luigi iniziò a tenere un metodo di vita regolare, a pregare di più e a proporre, in modo più energico, una vita cristiana ricca e gioiosa a chi era a lui vicino. Si venne presto a consolidare intorno al giovane un più folto gruppo di amici con i quali iniziò a condividere una  vera esperienza di fede e di testimonianza.  Per ragioni di maggior comodità, Luigi pensò di dar vita nella bottega della propria abitazione ad un oratorio serale dove fosse possibile riunirsi tutti i giorni a pregare, a cantare, a recitare il Rosario, a leggere e commentare la vita dei Santi22. Così, dopo aver trascorso la giornata a lavorare nelle botteghe o nei campi, di sera questi giovani iniziarono a prendersi cura anche degli interessi del proprio spirito. Il gruppo era poi solito sciogliersi verso le undici:  dopo le preghiere della sera tutti ritornavano alle proprie case in perfetto silenzio. Grazie alla forza del loro esempio, il paese fu pervaso da un fremito di profonda spiritualità e il gruppo fu presto riconosciuto da tutti gli abitanti come la “Compagnia dei Frati”(23). 


18. Tale smarrimento sociale affondava le proprie radici nell’avvicendamento di situazioni politiche molto diverse fra loro. Dopo la sconfitta di Napoleone, il Congresso di Vienna (18 giugno 1815) aveva restaurato in tutta Europa i vecchi regimi, ridando però al Vecchio Continente un assetto che non poteva durare. Le idee di libertà ed uguaglianza della rivoluzione francese non si potevano soffocare tornando cronologicamente indietro. La stessa Rivoluzione aveva comunque seminato tante rovine: i valori morali e religiosi erano stati bistrattati se non distrutti in nome della ragione e della sete di potere. Vi era tutto un mondo da rifare cristiano, da riportare a Dio, a cominciare dai giovani. E di ciò Luigi, sebbene di animo estremamente semplice ma altrettanto sensibile, ne era pienamente consapevole.

19.  Padre Angelo Taglioretti, dei Missionari di Rho, nacque a Monza nel 1811 e morì a Rho nel 1899.

20.  E. Perniola,  op. cit.,  pag. 31.

21.  E. Apeciti,  op. cit., pag. 44.

22. La devozione mariana che Luigi tramise ai suoi giovani fu in parte desunta dagli scritti di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori ed in particolare dalla sua opera: ‘le Glorie di Maria’. (cfr. nota n° 6)

23.In origine il gruppo era formato da Luigi Ronchi, che a quel tempo aveva solo 11 anni, da Gaetano Corbetta, Giuseppe ed Antonio Ghianda, tutti poco più giovani di Luigi.


Padre Luigi Maria Monti, Bovisio M.go, 4

I suoi anni a Bovisio


4.

In questo periodo Luigi iniziò a frequentare più assiduamente le persone consacrate perché, sebbene dotato già di una personalità forte e spiccata, sentiva comunque il bisogno di un appoggio sicuro.  E  presto si rese altresí conto che se voleva incamminarsi verso la perfezione doveva trovare un padre spirituale che gli facesse da guida stabile e fidata. 
Qualche mese dopo aver conosciuto personalmente padre Taglioretti si verificò il secondo evento decisivo della sua vita:  l’incontro con don Luigi Dossi (24).  Nella primavera del 1842 questo giovane coadiutore fu infatti trasferito da Usmate a Cesano Maderno, dove ormai da cinque anni Luigi si recava quotidianamente a lavorare. Don Dossi era ben conosciuto, e talvolta anche criticato,  per la grande sicurezza e il particolare carisma con i quali riusciva ad attirare a sé anche i giovani che sembravano tra i più irrecuperabili (25).  Nei pochi anni trascorsi ad Usmate fu in grado di raccogliere in una sorta di oratorio un buon gruppo di giovani dando più vitalità alla vita parrocchiale. Anche nella nuova comunità, dopo un breve periodo di ambientamento e qualche piccola difficoltà, il giovane prete riuscì gradatamente a far prevalere il suo desiderio di ‘spingere i giovani a volare alto’ (26).  Il suo era, del resto, lo stile che andava emergendo tra il giovane clero ambrosiano del tempo. Questa spiritualità esigente, ma nel contempo rasserenante, affascinò Luigi colmandolo di una gioiosa pace interiore e contribuì in modo decisivo a determinare le sue future scelte di vita. Nell’autunno del 1843, dopo averlo ben conosciuto ed apprezzato per quasi un anno e mezzo, Luigi si presentò a don Dossi perché gli facesse da padre spirituale. Accomunati entrambi dallo scopo di procurare il bene della gioventù, presto diventarono buoni amici e incominciarono ad incontrarsi spesso.  Qualche volta, soprattutto di domenica, le due compagnie di giovani si scambiavano visite o si incontravano alla ‘Montina’, una piccola collina appena fuori dal paese, trascorrendo così ore all’aria aperta a pregare e cantare in perfetta armonia con se stessi e con la natura. 
Aiutato da tutte queste esperienze, Luigi aveva sempre più chiaro nel suo cuore il sentiero da seguire e sentì che era giunto il tempo di rendere più salda la sua consacrazione a Dio. Proprio a partire dalla festa dell’Immacolata di quell’anno, cominciò così a professare, annualmente e nelle mani di don Dossi,  i voti di obbedienza e castità.  
Sulla soglia dei vent’anni, Luigi era già pronto per affrontare altre dure prove e per sopportare, purtroppo, un nuovo grande dolore.  L’11 luglio 1845, mentre come tutti i giorni stava lavorando a Cesano, fu colpito dal triste presentimento che la mamma stesse morendo. Si precipitò a casa preoccupato ma era ormai troppo tardi: mamma Teresa si era appena spenta, consumata dalla povertà e dalle sofferenze. Sebbene affranto e sconvolto da una tale incolmabile perdita, Luigi si rese subito conto che solo lui avrebbe potuto occuparsi dei fratelli minori che avevano, in quel momento più che mai, bisogno del suo aiuto e della sua guida (27).  Decise quindi di lasciare il suo lavoro a Cesano Maderno e di aprire una bottega di falegname per conto proprio. Consapevole che ora tutto sarebbe dipeso dal suo impegno e dalle sue capacità, iniziò così il lavoro di ebanista sotto casa. La sorella minore Maria Luigia, già di salute molto cagionevole, continuò ad occuparsi delle faccende domestiche mentre Antonio ed il piccolo Giuseppe Sem si dedicarono al lavoro dei campi.
Il numero dei giovani appartenenti alla Compagnia dei Frati aveva nel frattempo superato la quarantina e molti di essi si erano consacrati a Dio facendo la professione dei loro voti nelle mani di Luigi. Tra loro c’erano anche giovani appartenenti ai paesi vicini - come Varedo, Lissone, Limbiate e Desio - che erano però soliti frequentare la compagnia durante i soli giorni festivi. Tutti loro seguivano, comunque, una regola di vita personale che scandiva le loro giornate e caratterizzava le loro scelte e i loro comportamenti. Erano giovani coraggiosi e maturi che non si limitavano solo a curare la loro profonda vita spirituale ma che erano anche impegnati in un’intensa azione caritativa.  Nel tempo libero andavano per le campagne e prendevano contatto con le famiglie più bisognose per cercare d’essere loro d’aiuto. In particolare  portavano conforto e sostegno agli infermi ed alle persone che più soffrivano. Essi erano sempre pronti ad aiutare, a curare e a lavorare per chi era ammalato o non aveva mezzi per assoldare la mano d’opera. La loro totale disponibilità verso il prossimo li rese anche particolarmente graditi in famiglie ostili alla parola di Dio.
La loro forza ed il loro coraggio non poterono che diventare contagiosi. Presto anche le giovani del paese crearono un loro movimento grazie alla disponibilità della sorella minore di Luigi.  Incoraggiata infatti dall’esempio del fratello,  Maria Luigia aveva iniziato il suo apostolato raggruppando amiche e conoscenti (28) già dalla sua primissima adolescenza.  La casa dei fratelli Monti divenne così un vero centro di animazione spirituale: di pomeriggio si radunavano le ragazze e di sera la gioventù maschile di Bovisio. Il parroco, che non aveva mai visto tanta gente alla Messa della domenica, era particolarmente contento e compiaciuto davanti ad un tale ammirevole esempio.
Il comportamento della Compagnia era talmente edificante che colpiva inevitabilmente chi ne veniva a contatto non solo provocando ammirazione fra i fedeli ma anche creando un forte disagio in persone sfavorevoli a questo fermento religioso. Queste ultime non potevano infatti rimanere indifferenti davanti ad un tale esempio e si sentivano sempre più urtate dai progressi stessi dell’opera. Già nelle piccole incomprensioni che pian piano andavano crescendo con il nuovo coadiutore della parrocchia, Luigi e la sua Compagnia avevano potuto ravvisare le prime difficoltà che si sarebbero poi gradatamente trasformate in veri e propri problemi per il loro successivo operare.  Don Antonio Perelli (29) infatti,  forse per il suo carattere schivo e diffidente,  mostrò da subito un atteggiamento molto sospettoso nei confronti di questi giovani. Purtroppo le sue ostilità aumentarono quando Luigi iniziò a frequentare don Dossi, probabilmente perché egli interpretò il loro rapporto come qualcosa di lesivo verso la propria persona.  La turbolenta situazione politica del momento gli fornì un efficace pretesto per cercare di contrastare la Compagnia dei Frati: egli infatti fu tra coloro che contribuirono ad inoltrare alla polizia austriaca un lunghissimo memoriale contro Luigi, i suoi giovani e don Dossi nel marzo del 1845.  Fortunatamente la denuncia ebbe esito negativo e don Perelli si sforzò di cambiare tattica cercando di avvicinarsi e favorire la Compagnia.  Ma questo suo atteggiamento durò solo fino a quando egli non si trovò costretto a sostituire don Carlo Ciceri, gravemente infermo, nel governo della parrocchia. Poi la sua avversione verso i ‘Frati di Bovisio’ iniziò a farsi sentire di nuovo. Frattanto, l’8 dicembre 1846, essendo ormai diventato maggiorenne, Luigi aveva definitivamente pronunciato i voti perpetui di obbedienza e castità (30). Tale atto solenne fu preceduto da otto giorni di esercizi spirituali e fu compiuto, secondo il cerimoniale degli antichi ordini monastici, nelle mani del suo direttore spirituale e alla presenza dei suoi compagni (31). 


24. Don Luigi Dossi nacque a Monza nel 1815 e fu ordinato sacerdote nel 1838. Coadiutore a Usmate (1838-1842), a Cesano Maderno (1842-1850) e vicario parrocchiale a Quinto Romano (1851-1852), entrò tra Figli di Maria il 7 agosto 1852 e ne vestì l’abito dopo una settimana. Morì a Lesmo nel 1869.
Discepolo di padre Fortunato Redolfi, che fu l’ideatore ed il propagatore degli oratori in Lombardia, don Dossi ereditò da lui l’amore per i giovani.

25. Egli riusciva con pazienza ed abilità a sottrarre i giovani alle osterie, alle cattive compagnie e all’ozio cercando di incanalarli sulla retta via di una vita semplice ma corretta e basata sul rispetto umano.

26.  E. Apeciti,  op. cit., pag. 38.

27. Antonio aveva diciotto anni, Maria Luigia ne aveva quindici e Giuseppe Sem solo undici.

28. Questo gruppo di adolescenti venne presto definito “Compagnia delle Frate”.

29. Don Antonio Perelli nacque nel 1809 e fu ordinato sacerdote nel 1833. Fu coadiutore a Bovisio dal  1835 al 1850, quindi parroco a Sant’Antonino Ticino (Dairago) dove morì nel 1888.

30. Per padre Luigi Maria Monti quelli furono i veri voti perpetui : le professioni in seguito da lui fatte ebbero il significato di riaffermare e rinnovare quella consacrazione. Quando poi il giorno del suo settantesimo compleanno rinnovò, nel Santuario di Varallo i suoi voti battesimali, rinnovò anche i suoi voti perpetui emessi a Bovisio a ventun anni compiuti.  (E. Perniola, op. cit., pag. 49).

31. Nell’archivio della congregazione si conserva una dichiarazione scritta da Radice Custode e da Boga Antonio con la quale nel 1899 essi attestarono di aver assistito alla professione dei voti perpetui fatta dal Monti l’8 dicembre 1846 nelle mani di don Luigi.

Padre Luigi Maria Monti, Bovisio M.go, 5

I suoi anni a Bovisio


5.

Dopo la morte di don Carlo, avvenuta il 5 novembre 1848, don Antonio Perelli fu nominato vicario parrocchiale di Bovisio in attesa dell’arrivo di un nuovo parroco. Facendo appello alla sua autorità e alle sue nuove e gravose responsabilità,  invitò subito Luigi a sciogliere la Compagnia accusandolo anche di incitare i compagni alla professione dei voti di castità ed obbedienza.  Dibattuto tra i sospetti e le paure che regnavano in quel periodo di rivoluzioni (32), don Perelli temeva infatti di essere giudicato favorevole alla Compagnia e non voleva avere noie con la polizia austriaca che sapeva essere molto severa.
In questo clima di forte tensione che si era venuto a creare, fu così ripresentato alla polizia austriaca il memoriale già consegnato tre anni prima.
Fu certamente questo uno dei momenti più critici e confusi per Luigi. Ancora una volta il giovane decise di recarsi a Rho dove era sicuro di trovare una risposta al suo grave problema: come poteva continuare la sua opera quando l’autorità ecclesiastica del paese gliene contestava il diritto e l’autorità?
Al santuario della Madonna Addolorata non trovò padre Taglioretti, impegnato in una Missione, ma si confidò con padre Angelo Ramazzotti (33).  Fu questo un altro incontro provvidenziale.  Il Padre lo esortò a continuare e progredire nelle scelte intraprese, incoraggiandolo a non temere quelle minacce insidiose, sicuro che non avrebbero potuto nuocergli in alcun modo. Rianimato da tali parole, Luigi ritornò contento a Bovisio dai suoi compagni: si sentiva più che mai deciso a proseguire, con  prudenza, nel suo apostolato.
In questa difficile situazione don Dossi si era invece trovato costretto a piegarsi alla volontà del suo vecchio parroco, don Giovanni Battista Legnani, impegnandosi formalmente a non riunire più il solido gruppo di giovani presso la propria abitazione.  Per entrambe le compagnie di Bovisio e Cesano, ormai aumentate nel numero e nella qualità dei partecipanti, iniziò così a nascere l’esigenza di fondare un proprio istituto che desse stabilità all’opera da essi iniziata fra i giovani e gli ammalati.
Con l’entrata in Bovisio del nuovo parroco don Giovanni Caldera (34), avvenuta l’11 aprile 1849, per la Compagnia dei Frati si profilarono tuttavia  giorni sempre più tristi e prove ancora più difficili.
Don Caldera, che era di uno spirito diverso dal suo predecessore, fu subito influenzato dal suo coadiutore e dai pettegolezzi dei malevoli. Dopo alcuni mesi cominciò a guardare male la Compagnia dei Frati, non sopportando tanta devozione. Era deciso a sciogliere il gruppo in qualche modo perché si sentiva infastidito dal troppo bigottismo che aveva prodotto nel popolo. Rendendosi conto di non poter però riuscire nel suo intento, pensò di denunciare formalmente i giovani alla polizia austriaca, accusando i suoi membri di appartenere ad una società segreta. Come conseguenza il commissario di Barlassina, delegato dall’autorità competente, mandò più volte dei gendarmi per far imprigionare Luigi, quale capo della società,  ma ciò gli venne sempre impedito dal sindaco (35) che considerava ammirevole l’operare della Compagnia. Comunque, la pesante insinuazione che si potesse trattare di una società segreta fu la molla che, alla fine, fece scattare le autorità austriache. Nella seconda metà del luglio 1850, Luigi fu infatti citato a comparire dinanzi al pretore nella città di Desio. L’ordine di quella comparizione era stato emesso dal Tribunale Criminale di Milano il 12 di quello stesso mese. Prima di presentarsi, Luigi decise di recarsi a chiedere consiglio, in merito a come rispondere, al suo padre spirituale. Don Dossi gli disse di non preoccuparsi perché sarebbe stato il Signore a rispondere in sua vece: lui avrebbe dovuto semplicemente raccontare come si erano svolti i fatti.
Luigi fu interrogato ma il giudice, molto stupito di trovarsi di fronte ad una persona di così buoni princìpi, lo assolse da ogni accusa.  Il giovane tornò rasserenato a Bovisio dove si preoccupò subito di rincuorare i compagni.
Dato che tra le accuse era comparso anche il nome di un sacerdote, dell’intera situazione ne fu informato anche l’arcivescovo, Monsignor Carlo Bartolomeo Romilli (36). Come diretta conseguenza, nel gennaio 1851 don Luigi Dossi fu allontanato da Cesano Maderno e trasferito a Quinto Romano, un piccolo borgo alla periferia orientale di Milano, dove fu nominato vicario parrocchiale.
Fu questa un’occasione preziosa per il futuro: don Dossi e Luigi si resero subito conto che quella piccola frazione sarebbe potuta diventare il luogo ideale per avviare la loro tanto progettata istituzione. In mezzo alle crescenti difficoltà, essi stavano infatti pensando in termini sempre più concreti di fondare una congregazione religiosa in cui potersi radunare con i compagni più motivati ed avviare così un’esperienza di vita comune dove poter liberamente realizzare gli ideali spirituali coltivati ormai da molti anni.   Il loro scopo voleva essere  quello di istruire ed educare la gioventù nella disciplina religiosa, morale e civile. Per questo motivo già da tempo avevano iniziato a raccogliere fondi attraverso quei pochi risparmi consentiti dalle loro umili condizioni.
Deciso a provare questa nuova esperienza, il 30 luglio 1851 Luigi partì da Bovisio con i suoi due inseparabili compagni Custode Radice e Pietro Caronni per raggiungere la canonica di Quinto Romano. Tutti loro nutrivano la forte speranza che, dando inizio ad una comunità specifica riconosciuta dalle strutture ecclesiali esistenti, avrebbero forse potuto in tal modo sfuggire alle incomprensioni e alle continue denunce alle quali erano costantemente soggetti.
Prima di lasciare la Compagnia dei Frati, Luigi la consegnò nelle mani del fratello minore Giuseppe (37), in quanto il fratello maggiore Antonio aveva già da due anni lasciato il paese e si era trasferito a Lesmo, come domestico del parroco Don Pasquale Amati, per contribuire al sostentamento economico della famiglia (38).


32.  Il 1848 fu l’anno più agitato di tutto l’Ottocento.  A febbraio scoppiò la rivoluzione in Francia e da lì si propagò per tutta l’Europa. In particolare le idee di libertà e la reazione all’assolutismo fecero sentire più vivo ed urgente ai patrioti italiani il bisogno di raggiungere l’unità e l’indipendenza della patria in quanto l’Italia era ancora un mosaico di piccoli stati sotto il dominio dello straniero.  Di qui il pullulare di società segrete, quali la Carboneria e la Giovane Italia; di qui  i vari tentativi di insurrezione armata; le Cinque Giornate di Milano e la dichiarazione di guerra all’Austria da parte del Piemonte che capeggiò con esaltanti vittorie l’inizio della prima guerra d’Indipendenza. Ma poi seguirono dolorose sconfitte, l’armistizio e la disfatta di Novara che decretò il ritorno degli Austriaci.

33. Padre Angelo Ramazzotti nacque a Milano nel 1800. Nel 1823 si laureò in giurisprudenza all’Università di Pavia e dopo due anni di pratica legale si decise al sacerdozio. Quando fu ordinato prete nel 1829 si ritirò tra i missionari di Rho dove vi rimase per venti anni. A Saronno fondò l’oratorio e la casa per gli orfani. Nel 1850 Papa Pio IX lo creò vescovo di Pavia.  Nel 1858 fu trasferito alla sede patriarcale di Venezia. Morì nel 1861.

34.  Don Giovanni Caldera esercitò il suo ministero a Bovisio per 21 anni.  Morì il 28 ottobre 1870.

35. Il sindaco di Bovisio a quei tempi era Carlo Zari il quale difese a più riprese Luigi e la Compagnia dei Frati dai ripetuti tentativi fatti dalle gendarmeria austriaca di arrestarli come sovversivi. Inoltre nel periodo in cui i giovani si trovavano in prigione a Desio, egli fece in modo di far intervenire la deputazione del paese in loro difesa (La Bilancia, n. 147, 23 ottobre 1851, Emeroteca di Brera).

36.  Monsignor Carlo Bartolomeo Romilli nacque a Bergamo nel 1795. Fu creato vescovo di Cremona nel 1845 e fu arcivescovo di Milano dal 1847 al 1859.

37.  Monti Giuseppe, penultimo figlio della famiglia Monti. A quel tempo aveva solo 17 anni.  Morì soldato in Ungheria nel 1859.

38. Antonio Monti raggiunse don Dossi e Luigi a Brescia dove entrò a far parte dei Figli di Maria nel dicembre del 1852; raggiunse poi don Dossi a Bussolengo alla fine del 1856 e morì a Monza il 23 luglio 1888.

Padre Luigi Maria Monti, Bovisio M.go, 6

I suoi anni a Bovisio


6.
Ma la situazione per Luigi e la sua Compagnia doveva però precipitare di lì a poco a causa della grande tensione che si era venuta a creare in clima politico. Dopo la sconfitta di Novara (39), che aveva decretato la fine della Prima Guerra di Indipendenza, l’Austria instaurò nel Lombardo-Veneto un regime di maggiore vigilanza e durezza per combattere l’agitazione dei patrioti sempre più numerosi. Il governo venne affidato al maresciallo Radetzki che, il 19 luglio 1851, diramò un proclama da Monza con il quale denunciava l’opera dei partiti rivoluzionari e si dichiarava pronto e deciso a stroncare ogni resistenza. I Comuni furono così obbligati a cooperare nel consegnare gli eventuali colpevoli e le autorità competenti non si fecero tanti scrupoli nel mettere al muro i cospiratori, veri o presunti. In queste circostanze, giorni sempre più difficoltosi si preparavano per i patrioti italiani e lo stesso destino della Compagnia dei Frati, più volte denunciata come società segreta, veniva a trovarsi più che mai in pericolo. Ad aggravare questa situazione si aggiunse l’annunciata visita nel Lombardo-Veneto dell’Imperatore Austriaco Francesco Giuseppe (40) prevista per la seconda metà di settembre 1851. Nell’imminenza di questo evento e per accertarsi che ovunque regnasse ordine e tranquillità, il generale Giulay, comandante militare della Lombardia,  intraprese un giro di ispezione nel territorio a lui assegnato. Giunto nei primi di settembre nel Distretto di Barlassina, si informò se in quella zona ci fosse il sospetto di qualche movimento clandestino. Il Commissario gli parlò della Compagnia dei Frati di Bovisio, più volte denunciata come sospetta società segreta ma che la polizia non aveva mai potuto perseguire e disperdere per la netta opposizione del loro sindaco. Data la particolare delicatezza del momento fu dato ordine al Commissario di procedere personalmente all’arresto della Compagnia e di eseguirne l’immediata fucilazione in caso avessero trovato un gruppo con meno di quattro membri.
Domenica 7 settembre 1851 una pattuglia di otto gendarmi giunse verso l’imbrunire a Bovisio e circondò la casa di Luigi dove la Compagnia si era radunata come tutte le sere.  Dopo essere rimasti per un po’ ad ascoltare quello che stava accadendo all’interno, i gendarmi fecero irruzione e arrestarono tutti i presenti. I giovani stavano preparando il necessario per una gita alla Madonna del Monte, sopra Varese, per il giorno seguente. Dovendo partire di buon mattino, gran parte dei compagni avevano deciso di rimanere a casa. Fortunatamente, comunque, erano in tredici e ciò non permise la loro fucilazione. I componenti del gruppo, subito assicurati con delle manette, non opposero resistenza. I gendarmi procedettero poi ad una minuziosa perquisizione in ogni angolo della casa. Molto materiale venne sequestrato:  principalmente testi di musica sacra, di canto liturgico e qualche libro relativo alla vita dei Santi (41). 
Subito per le vie del paese si sparse la voce che stavano portando via i Frati. Gran parte della popolazione accorse con forche e con bastoni gridando il proprio scontento. Per placare quell’ira generale, Giuseppe cercò di tranquillizzare tutti garantendo che sarebbero andati a Desio solamente per dare delle spiegazioni ma che poi sarebbero sicuramente tornati. Rassicurata, la folla rientrò a poco a poco alle proprie case.
Così lo sfortunato gruppo, scortato dalla polizia, proseguì il suo cammino per Desio. Ma quella sera i giovani non rincasarono e l’indomani la popolazione, inquieta e preoccupata, si recò alla casa del parroco cercando di fare irruzione per avere spiegazioni da colui che era da tutti ritenuto il responsabile principale dell’accaduto. Dovette intervenire il sindaco in suo aiuto, promettendo ai cittadini che si sarebbe interessato in prima persona degli eventi e che avrebbe fatto il possibile per far rilasciare i giovani. Ma era troppo tardi. Questa volta gli ordini erano venuti rigidamente dall’alto per cui la giustizia doveva ormai seguire il suo corso.


39. La Battaglia di Novara ebbe luogo il 23 marzo 1849.

40.  L’Imperatore Francesco Giuseppe nacque nel 1830 condusse le sorti dell’impero Austro-Ungarico  dal  1848  al  1916.

41. Fortunatamente i gendarmi non trovarono delle cartucce che Antonio aveva portato a casa dal fronte e che si trovavano in un cassetto molto profondo.

Padre Luigi Maria Monti, Bovisio M.go, 7

I suoi anni a Bovisio


 
7.

Pochi giorni dopo, l’11 settembre, due gendarmi e due granatieri  si recarono a Quinto Romano per arrestare Luigi, ritenuto dalle autorità il capo dei cospiratori,  e quanti della compagnia si fossero trovati con lui. Afflitto ed impotente davanti ad una tale situazione, don Dossi si fece promettere dal brigadiere di usare tutti riguardi possibili verso i suoi giovani. Il piccolo drappello partì nelle prime ore del pomeriggio e quello che seguì fu un lungo e penoso viaggio tormentato verso il carcere di Desio.
Dopo solo tre chilometri di strada fecero una prima sosta notturna nel carcere di Bettola. Accettando la loro situazione come una prova, i tre amici vi entrarono sereni  e nella speranza di incontrare presto i loro altri sventurati compagni.  Don Dossi, avvisato da alcuni ragazzi, portò loro la cena. Passarono la notte su un duro tavolaccio e il brigadiere, sensibile alla promessa fatta al sacerdote, diede loro una coperta di lana. La mattina seguente ripresero il cammino molto presto per poter giungere in serata a Barlassina. Durante il tragitto fecero una sosta di due ore nel carcere di Bollate per la colazione ed il cambio della scorta. Con i nuovi gendarmi i tre prigionieri furono assoggettati alle manette: a Luigi furono ammanettati entrambi i polsi mentre gli altri due giovani, essendo della stessa altezza, furono ammanettati insieme. Ma essi non si scomposero e accettarono la nuova condizione tanto serenamente da meravigliare gli stessi gendarmi. Giunti a Cascina Amata, furono nuovamente rinchiusi in carcere per dare il cambio alla seconda scorta. Quando ripartirono furono fatti passare dai loro paesi di origine. Nei pressi di Bovisio fu loro intimato un assoluto silenzio per non destare tumulto fra gli abitanti. Ma gran parte della popolazione, già avvisata da qualcuno, li stava attendendo. Erano tutti addolorati nel vedere Luigi così ingiustamente disonorato ed egli li pregò di non dir nulla ai suoi familiari, già angosciati per l’arresto del fratello. Scene di protesta e di dolore avvennero anche a Cesano, paese natale di Custode Radice.
Appena fuori dall’abitato Luigi venne accoppiato ad un giovane scalpellino, arrestato ed ammanettato all’istante per aver inciampato, incidentalmente, tra i gendarmi e i tre prigionieri. Quando arrivarono a Seveso, dove abitava Pietro Caronni, la sorpresa della popolazione nel vedere gli arrestati fu talmente grande da originare veri atti di ribellione. Ma i tre compagni, sebbene sfiniti, con la loro palese e contagiante serenità riuscirono a calmare l’impeto della folla che sembrava essere veramente incontenibile.
Sul far della sera giunsero stremati al carcere di Barlassina dove, con loro grande sgomento, furono rinchiusi in un sottoscala talmente stretto che a stento avrebbe potuto contenere due persone. Chiesero ai loro carcerieri un posto migliore e, siccome ne erano sprovvisti, in tutta risposta fu loro proposto di proseguire quella sera stessa fino a Desio. Accettarono e, di nuovo, ammanettati ripresero il cammino. Stanchi, affamati e con i piedi gonfi e dolenti giunsero finalmente a sera ormai inoltrata a Desio: avevano percorso quaranta chilometri a piedi e avevano avuto come nutrimento solo una leggera zuppa per prima colazione!
Il carcere era al completo così fu predisposto che i nuovi arrivati fossero distribuiti uno per ogni cella. Ma la prima porta che il carceriere aprì per farvi entrare il giovane scalpellino fu proprio quella del locale in cui erano rinchiusi i tredici giovani di Bovisio. Questi, scorgendo nel corridoio Luigi e gli altri due sfortunati amici, respinsero lo sconosciuto e chiesero di poter avere tra loro      gli amati compagni. Dapprima il custode si oppose a questa risoluzione motivando che la ristrettezza dell’ambiente avrebbe potuto causare danni alla loro salute ma essi risposero prontamente che, tutti insieme, sarebbero stati contenti anche di morire. Confuso, il custode acconsentì e così i rinchiusi in quella piccola cella da tredici diventarono sedici.  In un primo momento Luigi fu molto stupito di trovare i suoi amici pallidi e scarni ma subito si rese conto che ciò era dovuto alla mancanza d’aria (42) e lui stesso quella notte si sentì più volte male. Il mattino seguente lo trascorsero principalmente a pregare e a scambiarsi il racconto della loro cattura. Anche se per i primi giorni fu molto difficile e ripugnante adeguarsi alla durezza del carcere, all’afa intollerante, agli insetti schifosi e all’idea che, dopotutto,  si trovavano lì ingiustamente, essi cercarono di non scoraggiarsi (43). Anzi, grazie alla loro prorompente fede, seppero tramutare quei momenti di dura prova in un tempo di grazia. Cercarono di applicare in cella lo stesso lodevole e devoto stile di vita al quale si stavano preparando con don Dossi e ciò li aiutò molto a sopportare il peso della loro condizione e a rafforzare la loro unione con Dio. Invece di recriminare, quei giovani vissero quelli che sarebbero diventati settantadue giorni di carcere duro come nella celletta di un convento: la loro giornata era scandita dal canto, dalla preghiera, dalla meditazione, dal Rosario, dalla lettura e dai loro racconti riguardanti principalmente la vita dei Santi.
La gente, incredula ed ammirata, iniziò a radunarsi sempre più spesso sotto le finestre del carcere per ascoltare quei canti così sereni ed armoniosi e spesso si univano alle loro preghiere. Anche le autorità erano molto perplesse.
Alla fine di settembre il Giudice si recò a visitare le prigioni ed ebbe modo di incontrare anche la Compagnia dei Frati.  Luigi gli chiese la grazia di esaminare presto il loro caso ma non fu molto soddisfatto della risposta che sembrava essere  un po’ minacciosa e risentita (44). Comunque, presto ebbero  luogo diverse manifestazioni popolari di simpatia verso gli arrestati e persino i giornali iniziarono a parlare della loro cattura. Si mossero anche le deputazioni comunali di Bovisio e Masciago che, dopo averlo redatto insieme, fecero pervenire alla Pretura di Desio un rapporto positivo in favore dei loro cittadini incarcerati.  Inoltre,  sotto la sollecitazione di familiari, di amici, del sindaco e di don Dossi, alcune importanti personalità Milanesi - quali i conti Brambilla, i marchesi Cornaggia e lo stesso Arcivescovo Carlo Bartolomeo Romilli - cominciarono ad impegnarsi affinché quei giovani venissero al più presto liberati.
Grazie a questi riguardevoli interessamenti, il processo arrivò finalmente alla sua conclusione il 16 novembre 1851. Quel giorno stesso il Commissario di Barlassina, ricevuti gli ordini dal tribunale di Milano, intimò alla Pretura di Desio di dimettere i giovani della Compagnia dei Frati perché innocenti.
La prima cosa che essi fecero appena usciti di prigione fu quella di recarsi, ordinatamente in fila di due a due, alla Chiesa parrocchiale di Desio e recitarvi il Te Deum  in ringraziamento all’Altissimo per quanto aveva disposto a loro riguardo. E i giovani, una volta tornati a casa, non si preoccuparono minimamente di protestare contro chi li aveva ingiustamente consegnati alla polizia ma continuarono normalmente la loro vita come se nulla fosse successo. Nonostante questa disavventura, la casa di Luigi continuò ad essere frequentata e, invigoriti dal coraggio della Compagnia, altri giovani si aggiunsero al gruppo.
Dopo la scarcerazione Luigi si recò a Bovisio e si trattenne  in famiglia tre giorni anche per stare un po’ con sua sorella Maria Luigia (45) la quale, esaurita dalla malattia e dalla debolezza, era ormai inferma.  Ma dal profondo del proprio cuore Luigi sentiva che era ormai giunto il momento di separarsi da quel suo piccolo mondo. Percepiva forte in lui il richiamo di qualcosa di più grande che lo stava attendendo per rendere gloria a Dio e agli uomini della sua esistenza …
Lasciò dunque il suo tanto amato paese e fece ritorno a Quinto Romano dove raggiunse don Dossi per dare inizio con lui ad un prodigioso futuro (46) e poter così donare tutto se stesso, tramite l’aiuto divino, alla causa dell’amore per gli altri. 
 
by  A.V.M.

42. Da Preludio e compendio di storia dell’Istituto dei Figli dell’Immacolata Concezione’,  P. Elia M. Airoldi, Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, 2001, pag. 29:  “…quel sudicio e angusto ambiente … era … lungo e largo circa sette passi e riceveva a stento l’aria da un pertugio con inferriata e bussola: dentro poi oltremodo insoffribile una latrina, appena socchiusa da un leggero coperchio di legno…”

43. Dopo un paio di settimane i giovani detenuti vennero  trasferiti dal piano terra al piano superiore ma la loro situazione non migliorò affatto essendo la nuova cella molto buia e tetra. Qui rischiarono persino di morire asfissiati per il fetore emanato dal pozzo nero quando una notte venne vuotato.

44. P. Elia M. Airoldi, op. cit., pag. 30 : “Ora domandate la grazia eh? Imparerete ad ascrivervi a società segrete; ad ascoltare un falso prete, a leggere pessimi libri ed a formare nella vostra casa la Chiesa. (…) La vedremo!”

45.  Maria Luigia morì poi a soli 22 anni il 23 marzo 1852.

46. A Quinto Romano Luigi continuò il suo apostolato  riprendendo il suo lavoro di ebanista tra i giovani della comunità. Don Dossi, mentre si accingeva a scrivere le Regole della nascente confraternita, si mise in contatto con il Superiore della confraternita dei Figli di Maria Immacolata di Brescia, padre Giusepppe Baldini. Tale congregazione, fondata dal venerabile Lodovico Pavoni  che morì prematuramente nel 1849, stava attraversando una profonda crisi dovuta principalmente allo scarso afflusso di vocazioni. Poiché lo scopo che la comunità di Quinto Romano si prefiggeva era molto simile a quella dei Pavoniani, padre Baldini propose a don Dossi di unire le loro due comunità. Così, accompagnato da cinque giovani, don Dossi fece il suo ingresso nella Congregazione dei Figli di Maria Immacolata nell’ agosto 1852. Luigi lo seguì alla fine di novembre e rimase a Brescia per quattro anni e mezzo. Qui fu incaricato alla sorveglianza degli orfani e nello stesso tempo fu avviato allo studio della bassa chirurgia e della farmacia: si stava preparando così, inconsciamente, alla divina avventura che, dopo la parentesi di Bussolengo, lo avrebbe atteso a Roma.    

Thursday, July 14, 2011

La Prise de la Bastille, 1789


Prise de la Bastille,
le 14 juillet 1789
by   Jean-Pierre-Louis- Laurent Houël




L’arrestation du governeur de la Bastille,
le 14 juillet 1789
by  Jean-Baptiste Lallemand




La Bastille les premiers jours de sa démolition
by  Hubert Robert  (1753-1808)




Die Erstürrmung der Bastille
by   Charles Thévenin  (1764-1838)
  

 
The Taking of Bastille
by  Henry Paul Perrault   (1928)

  


The Taking of Bastille
by    an anonymous artist